LA VERITÀ NON DETTA


William Xerra, da VIVE a IO MENTO

 
Il coraggio di chi mente non sta forse nel presumere che esiste la verità? Utilizzo questa parola – verità – con la consapevolezza di poter suscitare equivoci: ma in tempi in cui venne scritta sempre più spesso con una minacciosa maiuscola, in cui troppe persone e istituzioni la brandiscono come se fosse una clava da far roteare sul capo dei nemici, in cui si ritornano a fare ataviche e sterili discussioni sul cosiddetto “relativismo”, gli equivoci non
possono che risultare salutari e soprattutto non possono essere innescati da un artista che dice IO MENTO.

Due idee di verità si affiancano e talvolta si affrontano nella storia della cultura occidentale. la prima ha il suo referente linguistico nella parola greca alètheia, in cui l’a- che precede il verbo lanthàno (“resto nascosto”) è intesa in senso privativo: da qui il concetto di verità come “non nascondimento”, come qualcosa di luminoso e terso, come quella “nozione chiara e distinta” di cartesiana memoria che è ancora parte del nostro universo semantico. La seconda è condensata nel termine ebraico ‘emèt, che significa innanzitutto “stabilità”, “fermezza”, in relazione a persone o a cose, mentre riferita a parole dette o scritte significa “verità” nel senso di “credibilità”, “affidabilità”, “veridicità”. Secondo la mentalità dell’uomo biblico, Dio è la verità poiché è “l’affidabile” per antonomasia, anche se le sue azioni sono circondate dall’oscurità e il suo volto è tutt’altro che terso. Nella prospettiva greca e poi cristiana, la verità è qualcosa che “si conosce”, in quella ebraica  – e poi in un filone di pensiero che esula dai confini dell’ebraismo e accomuna i misticismi e le eresie di molte religioni – è qualche cosa che “si fa”, che si pratica dando fiducia alle situazioni, alle persone, alle divinità che sono considerate degne di riceverla.

“Fare la verità” – la verità nella sua versione appunto non-cognitiva – non è anche il compito che, in
un’ottica laica ma non del tutto scevra da un’idea del sacro, la cultura occidentale fa assegnato all’arte e alla poesia? Quel poiéin, quel verbo greco che significa proprio “fare” e che è radicato nella etimologia stessa della poesia, non ha come oggetto questa particolare idea di verità sperimentabile, realizzabile, “fattibile”?

Scrivendo IO MENTO, come fa nelle sue opere da più di un decennio a questa parte, William Xerra ci spinge a domandarci qual’è la verità che sta negando. In realtà il binomio vero/falso, nella variante corretto/sbagliato, caratterizza il suo lavoro fin dalle origini: anche il ciclo del VIVE, iniziato nei primi anni Settanta, si sviluppa a partire da una rivalutazione dell’errore, da un riscatto virtuoso dello sbaglio. Nel lessico tipografico, VIVE è una sigla che si appone sulle bozze quando un elemento in precedenza cancellato viene poi ritenuto valido. Nelle opere realizzate durante gli anni Settanta e Ottanta, Xerra ha scritto VIVE su immagini o oggetti del passato ritenuti obsoleti, brutti e insignificanti, cioè sbagliati secondo i normali parametri di correttezza mnemonica, estetica e semantica. Applicando il criterio dell’arte e della poesia, l’errore può invece essere oggetto di ricordo, strumento di bellezza e fonte di significato: l’artista e il poeta possono fare in modo che sia tale, possono esercitare una peculiare capacità demiurgica che consiste nell’individuare gli aspetti credibili della realtà, nello scorgere ciò che di veritiero e assurdamente trascurato ci circonda.

William Xerra ha scelto di dedicare un ciclo di lavori alla menzogna in un momento di totale crisi di cr
edibilità dell’arte. A chi o a che cosa è possibile dare fiducia in un ambito in cui contano solo gli stratagemmi per ottenere consenso e viene accantonato qualsiasi bisogno di senso? Dire IO MENTO significa innanzitutto inocularsi un vaccino, rendersi immuni dall’intossicazione da marketing e da strategia pubblicitarie che ammorba il mondo dell’arte. la dichiarazione di menzogna di Xerra è prima di tutto una laconica denuncia del fatto che il re è nudo, anche se indossa vestiti griffati e può vantare fatturati da capogiro. Da questo azzeramento di ogni domanda di senso, l’artista ha comunque tratto un’occasione di poesia: “IO MENTO – un manifesto”, pubblicato integralmente nelle pagine che seguono, è in primo luogo un poema, un testo dotato di una tensione lirica, di un carattere epico, di una metrica dal sapore liturgico che evoca il ritmo asserivo delle litanie.

Forse, per quanto concerne l’arte, la menzogna non si limita a caratterizzare l’oggetto di comunicazione ma è intrinseca al comunicare stesso: è questo almeno ciò che sembrano dire le opere nelle quali William Xerra scrive IO MENTO in lingue che spaziano dall’inglese, al greco moderno, allo swahili. L’impossibilità di non mentire facendo arte non comporta alcun atteggiamento nichilista, nessun abbandono alle innumerevoli tragedie di cartapesta che rappresentano l’altra e proverbiale faccia della stessa medaglia, il risvolto di una scena artistica sostanzialmente grottesca. La verità non detta, la verità che anzi non si può che non dire, è quel che resta di un’alètheia da operetta a cui nessuno crede più veramente, per quanto paradossale possa sembrare. L’altra idea di verità è ancora tutta da fare: magari iniziando dalla consapevolezza che anche il dire, soprattutto quando è poetico, non è altro che un fare.


Roberto Borghi, 2008.